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lunedì, 04 dicembre 2006
Testimone a carico

Giovedì 30 novembre, a Nuoro, Lions e Soroptimist hanno organizzato un convegno per celebrare il Nobel di Grazia Deledda. Sono stato precettato dal professor Mario Porcu perché portassi la mia testimonianza.
E' stata una serata molto piacevole, nonostante la stanchezza dovuta a una mattinata di lavoro, due viaggi in treno e un viaggio in auto.
Per una misteriosa alchimia l'incontro si è svolto senza sbavature: tempi calibrati, interventi complementari e interessanti, intermezzi attoriali (con la sopresa, almeno per me, di un'attrice-ragazzina di straordinario talento destinata a illuminare il palcoscenico sardo!), un intervento lirico raffinato, un emozionante ricordo visivo e uno sonoro della Deledda.
Mi trovavo in compagnia di tre squisiti relatori (Lina Dettori, Gino Farris e Mariangela Sedda), assieme ai quali avrei dovuto esprimermi sul valore dell'eredità deleddiana. A sciogliere il ghiaccio ci ha pensato Lina. Ha letto un bell'intervento, denso, che ha iniziato a porre nel pubblico l'idea di una certa inevitabile distanza generazionale fra la Deledda e i nuovi scrittori. Poi è toccato al poeta Farris, con un intervento molto profondo nella lingua dei padri; quindi è toccato a me e infine alla Sedda (della scuderia del Maestrale), che ha ripercorso alcuni interessanti momenti delle vicende deleddiane.

Dal momento che gli organizzatori non si sono sincerati in anticipo della mia aderenza sentimentale all'iniziativa, a me è toccato il ruolo di pupazzo a molla della serata.
Ecco la sintesi del mio intervento.

"Questa sera mi sento in imbarazzo per due motivi. Primo. Vorrei sentirmi legittimato a parlare di una scrittrice così importante solo per il fatto di essere stato invitato, però così non è, almeno emozionalmente, perché ho pubblicato troppo poco e ritengo che il mio giudizio da lettore sia più realistico di quello da scrittore. Secondo. Non mi sento in totale sintonia con le celebrazioni, e ne spiegherò i motivi. Dal momento che non sono un Critico, chiedo scusa in anticipo se formulerò dei giudizi piuttosto superficiali.

Il mio rapporto con le opere della Deledda è avvenuto quando lavoravo in teatro, dal momento che mi è capitato di adattare per il palcoscenico quattro dei suoi “Racconti Sardi” e il romanzo breve “Il Paese del Vento”.
Cosa fa un drammaturgo quando adatta un’opera per il palcoscenico? Prima di stravolgerla – sempre che non abbia intenzione di metterla in scena nel modo più aderente possibile) legge e interpreta, ma con strumenti diversi da quelli del Critico. Tra un Critico e un Drammaturgo c’è la stessa differenza che passa tra un poliziotto e un investigatore stile “CSI”: il poliziotto ha bisogno di prove: torchia i testimoni e va a caccia di indizi; l’investigatore "New Wave" per rintracciare il serial-killer deve imparare a ragionare esattamente come lui.
Da questo tipo di incontro con l’opera della Deledda ho appurato che tra me e lei, sempre che sia legittimo fare un paragone, non esiste niente in comune. Siamo due persone diametralmente opposte e per certi versi inconciliabili.
I punti di divergenza sono sostanzialmente quattro:
1) Innanzitutto il CARATTERE. Lei era una donna intraprendente, tenace e ambiziosa. Tre qualità di cui sono assolutamente sprovvisto. Questo fatto è in grado di creare già una certa distanza;
2) L’EPOCA in cui è vissuta. Mi sento lontano (non centinaia, ma) milioni di anni luce dalla società descritta dalla Deledda. Molte barriere sociali, limiti è tabù sono crollati come il muro di Berlino. I rapporti uomo/donna sono mutati e io mi sento di vivere in un universo alternativo. Per cui alcuni problemi/motore delle sue narrazioni (trasgressioni, sensi di colpa ed espiazioni) cessano di avere, almeno per me, un impatto emotivo;
3) La SENSIBILITA’ FEMMINILE. Ad esempio nella scelta dei temi, che riguardano spesso il Sentimento e la Passione. Temi che sento estranei, poiché non ho un carattere passionale. Mi interessano molto di più gli argomenti legati alla Conoscenza;
4) I MODELLI. Per lei sono squisitamente LETTERARI, mentre i miei sono di altro genere, quasi esclusivamente visivi: cinema, teatro, fumetto. La mia scrittura parte dalla SCENEGGIATURA, dove non c’è posto per la Frase Estetica. Tutto dev’essere funzionale, essenziale, mirato a uno scopo.
Il gusto della Deledda, che io definirei "decorativo" e prettamente letterario, mi è estraneo. Chi mi conosce sa che nutro una certa antipatia per gli oggetti meramente estetici. In casa c’è una continua lotta di spazio tra quello che serve e quello che abbellisce. E il simbolo di tutto questo è il Centrino Ricamato. Ora, una frase come questa (riporto testualmente da "Canne al Vento"): “Una figura nera saliva attraverso la china ove già le fave basse ondulavano argentee alla luna”... per me è un centrino. Lo dico con affetto: è assolutamente delizioso, ma trovo che serva solo a prendere polvere.

Naturalmente queste differenze non potevano che generare un risultato: hanno impedito (e impediscono) che ci possa essere un qualsiasi influsso della Deledda sulla mia personalità e quindi sulla mia scrittura.

Detto questo, la domanda è: c’è qualcosa della Deledda che secondo me vale la pena di rivalutare?
Forse non una cosa intera, ma mezza: ovvero il rapporto con la Trascendenza, con Dio (qualsiasi cosa ciascuno di noi associ a questo nome).
Viviamo schiavi di un'ipnosi di massa chiamata Materialismo, assediati da opere che descrivono il Male nei dettagli più minuziosi. I nuovi scrittori sembrano aver perso la capacità di porsi domande sulla posizione che l'essere umano sta assumendo nei confronti dell'universo in cui vive e dell'Evoluzione. Abbiamo decisamente perduto la rotta. Personalmente mi sento di dire che l'unico scopo a cui dovrebbe tendere l'Arte è il rapporto con la Trascendenza. Tutto il resto è (sublime) Intrattenimento.
Ma ho detto "mezzo" punto in comune, perché anche in questo frangente mi sento di rilevare delle differenze. Prendiamo il Sentimento del Peccato, che nella Deledda è centrale. Il Peccato è vivo in relazione all’infrazione di prescrizioni dottrinarie (da non confondere col Senso di Colpa in relazione a un vago senso morale). Per me, che non sono vissuto all’ombra di alcuna dottrina, è un sentimento difficile da comprendere. Posso prendere atto delle dinamiche, ma il Sentimento del Peccato non mi appartiene e non può coinvolgermi.
Il Dio della Deledda è ancora il Dio Padre/Padrone che si aspetta da noi obbedienza e rassegnazione. Il Dio che prescrive il Dolore cieco come catarsi, come espiazione della trasgressione.

Questo è quanto. Lo ripeto per non essere frainteso: le ragioni per cui non mi sento (emotivamente) erede dei valori umani e letterari di Grazia Deledda sono motivate da considerazioni molto, molto personali e non attengono al suo valore in sé quanto al rapporto intimo fra me e l'interpretazione del suo pensiero."

L'intervento ha suscitato perplessità, quando non ostilità, (e qualche applauso sulla metafora del Centrino). Quindi il mio editore, Dolores Turchi, è intervenuta in modo esemplare a ristabilire le ragioni del Nobel e la straordinaria importanza della Deledda per la Sardegna e la nostra città in particolare.
Al termine del lavori lo scrittore Salvatore Sechi è intervenuto con molta veemenza per ristabilire la verità offesa e il valore del Centrino. Devo dire che aveva ragione. A lui posso solo dire che i limiti sono tutti miei: la Deledda non ha alcuna responsabilità, né può venire sminuita da queste misere considerazioni.
Di meglio non ho saputo fare.
Nonostante me, il bilancio della serata credo possa dirsi positivo. Di una cosa sono sicuro: se qualcuno avrà l'avventura di chiamarmi a sostenere una testimonianza in pubblico, credo si accerterà per bene di non trascinarsi appresso - incautamente - il testimone dell'accusa.

 

Per interpretare l'evento da un altro PDV fate un salto sul blog (questo sì, aggiornatissimo) di Lina.

Postato da: jopili a dicembre 04, 2006 10:07 | link | commenti (9) |
cronache


Commenti
#1   04 Dicembre 2006 - 22:23
 
continuo a chiedermi se, per una beffa del destino oppure no, il 50% degli scrittori ivi convenuti fossero eredi legittimi e l'altro 50% eredi illegittimi della grande G.

posto il suo intervento anche sul mio blog, tra qualche giorno posterò il mio
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#2   05 Dicembre 2006 - 07:40
 
Bah.
Mi sento erede di mamma e papà.

Forse.
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#3   05 Dicembre 2006 - 18:41
 
E' sempre un piacere leggere le tue riflessioni. Un intervento del genere poteva farlo solo un autore con la tua onestà intellettuale :)
utente anonimo

#4   07 Dicembre 2006 - 08:00
 
Fab, gli apprezzamenti hanno un valore proporzionale alla qualità dell'autore e all'affetto che lega mittente e destinatario.

(...per non dire solo grazie, mi'!)
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#5   13 Dicembre 2006 - 18:17
 
A proposito di affetto che lega mittente e destinatario: la prox volta che ti serve una clak, fammi un fischio.
Anche perchè, io sono tra quelli che della Deledda non salva proprio tutto, in fondo!
:-))
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#6   14 Dicembre 2006 - 08:18
 
Grazie Nick.
Curioso: qualche giorno dopo ho ricevuto una valanga di attestazioni di solidarietà.
Questo mi induce a pensare che molti, in fondo, la pensano come me. (La generazione di mia madre, ad esempio, aveva già preso le distanze dalla Deledda, ma questo non si può dire.)
Il problema è che pochi intendono mettere le proprie opinioni sulla graticola pubblica. Se non hai un microfono davanti e un tavolo che ti divide da un pubblico è molto rischioso, perché rischi di passare per una persona poco colta.
Molti ad esempio pensano: "Chi sono io - o meglio - che autorità ho per porre in discussione un Nobel?"
Se la mettiamo su questo piano il problema è irrisolvibile, perché ci sarà sempre qualcuno la cui voce appare più autorevole della tua.
Quando invece imposti la cosa come "rapporto strettamente personale" fra te e le opere della Deledda, sei virtualmente incontestabile e al tempo stesso divieni la "cartina tornasole" per verificare la validità di un opera da parte delle nuove generazioni.

Aldilà di questa faccenda io credo che se tutti ci sforzassimo di pensare con la nostra testa anziché attenerci al principio di autorità, molte ipocrisie sociali cadrebbero, e con esse il Potere stupido e cieco che è fondato su di esse.
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#7   14 Dicembre 2006 - 10:20
 
Jo: i centrini servono per non graffiare i mobili quando ci metti sopra un "utilisssimo" soprammobile!
bacioni
silvia
utente anonimo

#8   14 Dicembre 2006 - 11:16
 
Sento che si sta per aprire un dibattito sull'utilità del soprammobile.

OK, hai vinto.
(...ma fermiamoci, per carità!)

:)

[Bacioni ricambiati!]
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#9   14 Dicembre 2006 - 20:32
 
E perchè non si potrebbe parlare male di un Nobel?
Nobel stesso, se non sbaglio, inventò la dinamite; dobbiamo asserire che ci stia simpatico, per questo?
Da piccolo, ero convinto che i centrini fossero commestibili, perchè mia madre usava inamidarne alcuni fatti all'uncinetto, immergendoli in uno strano miscuglio che preparava lei stessa, bollendo alcune sostanze a me ignote (per me, implume pargolo, tutto ciò che passava sui fornelli, doveva essere per forza commestibile).
Poi, con l'età, la rivelazione! Ne rimasi deluso. Meno male che Babbo Natale esiste per davvero... o, no?
;-P
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