Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili
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Inizio a scrivere senza conoscere esattamente le ragioni di questo post.
Tutti sanno che è un finto blog. Non ci passo mai, e quando lo faccio è solo per lasciarci dentro qualcosa che abbia attinenza col romanzo.
La verità è che non ho voglia di parlare delle mie esperienze quotidiane, di banalità articolate in bella forma per occupare spazio virtuale su un server.
In qualche modo però sento di dover lasciare questo pensiero, perché vorrei che il ricordo di quanto è accaduto non svanisse.
Forse dieci anni fa non mi sarebbe importato, ma dalla morte di mia nonna ho iniziato ad avvertire l'incalzare del tempo.
Non è la paura della Fine: è la consapevolezza che certe esperienze - in questa mia forma umana - non accadranno più.
Sono peculiari di questa attuale incarnazione.
Bene.
Ieri è andato in scena il saggio finale a San Gavino. Aula di teatro ore 16.00, inviti per le famiglie dei ragazzi.
E' stato il culmine di cento ore di lavoro: io, in qualità di "esperto esterno", il tutor interno Roberta Coatti e tredici ragazzi del liceo Marconi.
Abbiamo messo in scena "Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo", un film che amo in modo viscerale.
L'idea non è mia, è partita da uno dei ragazzi, Fabio, che aveva letto il libro.
Per essere sincero quando Fabio l'ha proposto ho tirato un sospiro di sollievo perché stavamo per finire nelle secche di una rappresentazione didatticamente adatta a tutti, e quindi rivolta a nessuno.
"Qualcuno Volò" invece è politicamente scorretto, umanissimo, denso, ironico e tragico. Emozionante, di un'emozione basica, primordiale.
Il problema era rendere credibile e viva la vicenda per un pubblico che le è alieno e riuscire a trasmettere almeno un millesimo dell'atmosfera del film.
Posso assicurare che è un'impresa, quando si manipolano ragazzi che non sanno niente di teatro, di recitazione, di sfumature interpretative. Spesso poco motivati, affascinati molto più dall'idea di trascorrere tre ore di svago con nuovi amici.
Si era partiti con un gruppo sostanzioso, poi ci sono state defezioni. Qualcuno ha capito che non era tagliato, altri hanno realizzato che bisognava chiacchierare poco e tenersi concentrati aldilà del tempo medio di un comune utente TV.
Quelli che sono rimasti sono ragazzi lontani anni luce dalla cultura anni '70 alla quale io mi sento intimamente legato per imprinting.
Lontani - per fisiognomica, età, sesso, censo, esperienze - da qualsiasi personaggio del film.
Così, dopo un paio di incontri e nonostante l'entusiasmo iniziale, ho realizzato quanto fossimo ontologicamente destinati al fallimento.
Sentivo pronunciare con troppa disinvoltura nomi come McMurphy, Billy, Washington, Harding, Cheswick, Taber... da ragazzi con volti mediterranei e i cui nomi suonano come Adelaide, Anastasia, Veronica, Maria. Con un accento locale fastidiosamente comune, rozzo, improbabile.
E poi... come evocare la carica trasgressiva di McMurphy in un contesto scolastico? Dovevamo parlare di violenza, sesso, pratiche psichiatriche ai limiti della tortura con la stessa disinvoltura con cui a scuola si affronta il tema dell'amicizia e della solidarietà.
Fallimento assicurato, appunto.
Tredici persone su un palco stretto e scricchiolante, dieci delle quali quasi sempre in scena: un incubo per qualsiasi regista che non abbia a dispozione la Scala di Milano e un budget da prodotto interno lordo del Portogallo.
Metà del tempo impiegato nel coreografare i movimenti, escogitando trucchi e manovre per non pestarsi i piedi a vicenda e per non coprire voci - sempre troppo timide - col semplice atto di spostare una sedia.
E poi la disastrosa prova finale del giorno prima, con il protagonista, Alessandro, inchiodato a letto da un febbrone a trentotto.
Va bene, ci abbiamo provato, è stato bello ugualmente, abbiamo imparato qualcosa l'uno dall'altro, in fondo il pubblico capisce che sono ragazzi inesperti... e una sequela di sciocchezze di circostanza pur di zittire qualla vocina interna che grida implacabile: sconfitta.
Quindi, il temutissimo Giorno Dopo.
Arriva il momento di entrare in scena, e...
Magia.
Con mio assoluto stupore ricompaiono tutte le indicazioni disattese, quelle che fino al giorno prima sembravano sepolte in qualche angolo buio e remoto di quella strana soffitta polverosa che è il cervello di un attore.
Scruto con morbosità la bellissima emozione sul volto dei ragazzi, l'imbarazzo e l'incertezza vinti dalla pura forza di volontà.
Tutti e tredici si muovono sincroni, si appoggiano le battute, fanno il vuoto intorno ai compagni sotto il riflettore.
La scenografia è povera e raffazzonata: due tavoli, otto sedie, una finta porta con lucchetto, un cestino per rifiuti.
Ma - incanto e potenza della Magia - nessuno degli spettatori se ne accorge.
Il Meccanismo Narrativo è al lavoro, li sta ipnotizzando.
Nessuno sbadiglia, nessuno si distrae, nessuno commenta particolari inessenziali.
Che sta succedendo?
Mi accorgo solo adesso che stiamo raccontando, e lo facciamo in modo semplice, diretto. Narratori da serata invernale di fronte al caminetto acceso, senza tempi morti e involuzioni criptiche che fanno tanto intellettuale.
E poi... e poi osservo i ragazzi aderire con stupefacente naturalezza al ruolo e mettere in scena sentimenti diretti.
Arriva la scena dell'elettroshock e anche il pupo che frignava alle mie spalle dall'inizio della rappresentazione smette di fiatare.
Magia.
Uno spettatore avverte McMurphy a voce alta: "Sta arrivando l'infermiera!"
Magia.
L'infermiera sta per essere aggredita... Io perdo il controllo della telecamera e abbandono per un attimo l'inquadratura, travolto dall'onda emotiva.
Magia!
I ragazzi sul palco non sono più Roberta, Davide, Silvia, Andrea, Giulia, Cinzia, Mirko.
Sono frammenti di un'idea assolutamente astratta, di uno Spirito puro partorito dal Meccanismo Narrativo, perfetto nella sua disarmante ingenuità.
Gli spettatori non capiscono qualche battuta qua e là, molti riferimenti culturali, ma tutti si abbandonanno senza difese e pregiudizi alla nuda idea universale: un uomo è prigioniero di un sistema opprimente. Ce la farà a liberarsi?
Ma non è quello che sperimentiamo tutti, ogni giorno, in ogni ambito della nostra vita? Sì, è quello.
E noi... io, Roberta e i tredici ragazzi l'abbiamo catturato e inchiodato fra due quinte in un'aula di un liceo di provincia.
In platea cola qualche lacrima e ho un brivido.
Ce l'hanno fatta.
Al termine, un tripudio di applausi. I ragazzi sono raggianti.
Il tutor interno esulta con la compostezza del ruolo, ma è conscia della fatica e dell'ansia spesa perché ogni ora di lavoro producesse i suoi frutti.
E io?
Io sono stupito. Non tanto dalla performance, piena di difetti. Sono stupito di quanto la gente abbia bisogno di storie oneste.
Non importa che siano difficili o scabrose. Anzi. Purché siano raccontate in modo onesto, oserei dire con l'onestà che contraddistingue le fiabe.
Di questi racconti io manterrò per sempre ricordi vividi.
Ricordo quando vidi "Qualcuno Volò" in prima serata ai tempi del liceo. La mattina dopo con i compagni non facemmo altro che parlarne. Franco se lo ricorda bene. Eravamo stregati, impressionati, colpiti in pieno viso da un maglio. "Hai visto che forza Martini?" "McMurphy è stato grandissimo!" Tutti avremmo voluto avere al nostro fianco Grande Capo, l'indiano buono. "Ti ricordi la scena del chewingum?" "E quando strappa il lavabo?" Per non parlare della gelida e odiatissima infermiera Ratched.
Lo rievocammo per settimane.
Adesso in prima serata vanno in onda le storie in scatola con sottovuoto spinto.
"Qualcuno Volò" - adesso - è un film da palinsesto notturno, senza discussioni. Troppo duro per i bambini.
Già. Adesso in prima serata vanno in scena le autopsie di CSI.
Ma non voglio fare moralismi e mi fermo.
Dico solo che la verità può essere dura per un bambino, ma è una ferita che lascia solo una cicatrice. Non è un tumore a lento ma inesorabile decorso. L'ipocrisia, quella sì.
E adesso che tutto è finito, che rimarrà di queste cento ore di lavoro?
Beh, inannzitutto mi porto a casa una videocassetta e un gigantesco mazzo di fiori con un bellissimo biglietto di ringraziamento da parte dei ragazzi.
E in auto scopro di essere un pizzico dispiaciuto.
Non si tratta del termine della retribuzione. Con quella riuscivo giusto a pareggiare la spesa dello spostamento. No, non è questo. Questo è il copione del mio rapporto ostile col denaro. (L'ostilità è sua nei miei confronti, beninteso.)
Forse si tratta di qualcosa che ha a che fare col mio carattere. In esperienze come questa il 50% è fatto di relazioni umane. E io per natura riesco a dare il 50% del 50%, perché la socialità è un'arte che trascende le mie capacità.
Forse avrei voluto avere un rapporto più confidenziale con i ragazzi, ma la mia introversione - come sempre - ha avuto il sopravvento.
Ecco, ho capito. Forse ho scritto tutto questo perché qualcuno di loro lo leggesse.
A costui vorrei dire che mi dispiace non essere stato più - non trovo il termine... COMPARTECIPE. Qualsiasi cosa significhi.
Spero che aldilà della pura tecnica del teatro, della quale non mi sento nemmeno legittimo portavoce, costui abbia imparato qualcosa che valga la pena di essere ricordato a lungo.
E a tutti dico: di queste cento ore ricordatevi solo il mio discorso finale, quello con la metafora dell'Anello Debole della Catena.
Il mondo che vi accingete a trasformare ne ha bisogno.
La mia generazione, in questo, ha fallito.
Adios e grazie.
