Il Ventre della Sposa Bambina

Appunti sul romanzo di Giuseppe Pili

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giovedì, 21 dicembre 2006
Qualcuno volò sul nido del cuculo

Inizio a scrivere senza conoscere esattamente le ragioni di questo post.
Tutti sanno che è un finto blog. Non ci passo mai, e quando lo faccio è solo per lasciarci dentro qualcosa che abbia attinenza col romanzo.
La verità è che non ho voglia di parlare delle mie esperienze quotidiane, di banalità articolate in bella forma per occupare spazio virtuale su un server.
In qualche modo però sento di dover lasciare questo pensiero, perché vorrei che il ricordo di quanto è accaduto non svanisse.
Forse dieci anni fa non mi sarebbe importato, ma dalla morte di mia nonna ho iniziato ad avvertire l'incalzare del tempo.
Non è la paura della Fine: è la consapevolezza che certe esperienze - in questa mia forma umana - non accadranno più.
Sono peculiari di questa attuale incarnazione.

Bene.
Ieri è andato in scena il saggio finale a San Gavino. Aula di teatro ore 16.00, inviti per le famiglie dei ragazzi.
E' stato il culmine di cento ore di lavoro: io, in qualità di "esperto esterno", il tutor interno Roberta Coatti e tredici ragazzi del liceo Marconi.
Abbiamo messo in scena "Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo", un film che amo in modo viscerale.
L'idea non è mia, è partita da uno dei ragazzi, Fabio, che aveva letto il libro.
Per essere sincero quando Fabio l'ha proposto ho tirato un sospiro di sollievo perché stavamo per finire nelle secche di una rappresentazione didatticamente adatta a tutti, e quindi rivolta a nessuno.
"Qualcuno Volò" invece è politicamente scorretto, umanissimo, denso, ironico e tragico. Emozionante, di un'emozione basica, primordiale.
Il problema era rendere credibile e viva la vicenda per un pubblico che le è alieno e riuscire a trasmettere almeno un millesimo dell'atmosfera del film.
Posso assicurare che è un'impresa, quando si manipolano ragazzi che non sanno niente di teatro, di recitazione, di sfumature interpretative. Spesso poco motivati, affascinati molto più dall'idea di trascorrere tre ore di svago con nuovi amici.

Si era partiti con un gruppo sostanzioso, poi ci sono state defezioni. Qualcuno ha capito che non era tagliato, altri hanno realizzato che bisognava chiacchierare poco e tenersi concentrati aldilà del tempo medio di un comune utente TV.
Quelli che sono rimasti sono ragazzi lontani anni luce dalla cultura anni '70 alla quale io mi sento intimamente legato per imprinting.
Lontani - per fisiognomica, età, sesso, censo, esperienze - da qualsiasi personaggio del film.

Così, dopo un paio di incontri e nonostante l'entusiasmo iniziale, ho realizzato quanto fossimo ontologicamente destinati al fallimento.
Sentivo pronunciare con troppa disinvoltura nomi come McMurphy, Billy, Washington, Harding, Cheswick, Taber... da ragazzi con volti mediterranei e i cui nomi suonano come Adelaide, Anastasia, Veronica, Maria. Con un accento locale fastidiosamente comune, rozzo, improbabile.
E poi... come evocare la carica trasgressiva di McMurphy in un contesto scolastico? Dovevamo parlare di violenza, sesso, pratiche psichiatriche ai limiti della tortura con la stessa disinvoltura con cui a scuola si affronta il tema dell'amicizia e della solidarietà.
Fallimento assicurato, appunto.

Tredici persone su un palco stretto e scricchiolante, dieci delle quali quasi sempre in scena: un incubo per qualsiasi regista che non abbia a dispozione la Scala di Milano e un budget da prodotto interno lordo del Portogallo.
Metà del tempo impiegato nel coreografare i movimenti, escogitando trucchi e manovre per non pestarsi i piedi a vicenda e per non coprire voci - sempre troppo timide - col semplice atto di spostare una sedia.
E poi la disastrosa prova finale del giorno prima, con il protagonista, Alessandro, inchiodato a letto da un febbrone a trentotto.

Va bene, ci abbiamo provato, è stato bello ugualmente, abbiamo imparato qualcosa l'uno dall'altro, in fondo il pubblico capisce che sono ragazzi inesperti... e una sequela di sciocchezze di circostanza pur di zittire qualla vocina interna che grida implacabile: sconfitta.

Quindi, il temutissimo Giorno Dopo.

Arriva il momento di entrare in scena, e...

Magia.

Con mio assoluto stupore ricompaiono tutte le indicazioni disattese, quelle che fino al giorno prima sembravano sepolte in qualche angolo buio e remoto di quella strana soffitta polverosa che è il cervello di un attore.
Scruto con morbosità la bellissima emozione sul volto dei ragazzi, l'imbarazzo e l'incertezza vinti dalla pura forza di volontà.
Tutti e tredici si muovono sincroni, si appoggiano le battute, fanno il vuoto intorno ai compagni sotto il riflettore.
La scenografia è povera e raffazzonata: due tavoli, otto sedie, una finta porta con lucchetto, un cestino per rifiuti.
Ma - incanto e potenza della Magia - nessuno degli spettatori se ne accorge.
Il Meccanismo Narrativo è al lavoro, li sta ipnotizzando.
Nessuno sbadiglia, nessuno si distrae, nessuno commenta particolari inessenziali.

Che sta succedendo?

Mi accorgo solo adesso che stiamo raccontando, e lo facciamo in modo semplice, diretto. Narratori da serata invernale di fronte al caminetto acceso, senza tempi morti e involuzioni criptiche che fanno tanto intellettuale.
E poi... e poi osservo i ragazzi aderire con stupefacente naturalezza al ruolo e mettere in scena sentimenti diretti.

Arriva la scena dell'elettroshock e anche il pupo che frignava alle mie spalle dall'inizio della rappresentazione smette di fiatare.
Magia.

Uno spettatore avverte McMurphy a voce alta: "Sta arrivando l'infermiera!"
Magia.

L'infermiera sta per essere aggredita... Io perdo il controllo della telecamera e abbandono per un attimo l'inquadratura, travolto dall'onda emotiva.
Magia!

I ragazzi sul palco non sono più Roberta, Davide, Silvia, Andrea, Giulia, Cinzia, Mirko.
Sono frammenti di un'idea assolutamente astratta, di uno Spirito puro partorito dal Meccanismo Narrativo, perfetto nella sua disarmante ingenuità.
Gli spettatori non capiscono qualche battuta qua e là, molti riferimenti culturali, ma tutti si abbandonanno senza difese e pregiudizi alla nuda idea universale: un uomo è prigioniero di un sistema opprimente. Ce la farà a liberarsi?

Ma non è quello che sperimentiamo tutti, ogni giorno, in ogni ambito della nostra vita? Sì, è quello.
E noi... io, Roberta e i tredici ragazzi l'abbiamo catturato e inchiodato fra due quinte in un'aula di un liceo di provincia.

In platea cola qualche lacrima e ho un brivido.
Ce l'hanno fatta.
Al termine, un tripudio di applausi. I ragazzi sono raggianti.
Il tutor interno esulta con la compostezza del ruolo, ma è conscia della fatica e dell'ansia spesa perché ogni ora di lavoro producesse i suoi frutti.

E io?
Io sono stupito. Non tanto dalla performance, piena di difetti. Sono stupito di quanto la gente abbia bisogno di storie oneste.
Non importa che siano difficili o scabrose. Anzi. Purché siano raccontate in modo onesto, oserei dire con l'onestà che contraddistingue le fiabe.

Di questi racconti io manterrò per sempre ricordi vividi.
Ricordo quando vidi "Qualcuno Volò" in prima serata ai tempi del liceo. La mattina dopo con i compagni non facemmo altro che parlarne. Franco se lo ricorda bene. Eravamo stregati, impressionati, colpiti in pieno viso da un maglio. "Hai visto che forza Martini?" "McMurphy è stato grandissimo!" Tutti avremmo voluto avere al nostro fianco Grande Capo, l'indiano buono. "Ti ricordi la scena del chewingum?" "E quando strappa il lavabo?" Per non parlare della gelida e odiatissima infermiera Ratched.
Lo rievocammo per settimane.

Adesso in prima serata vanno in onda le storie in scatola con sottovuoto spinto.
"Qualcuno Volò" - adesso - è un film da palinsesto notturno, senza discussioni. Troppo duro per i bambini.
Già. Adesso in prima serata vanno in scena le autopsie di CSI.
Ma non voglio fare moralismi e mi fermo.
Dico solo che la verità può essere dura per un bambino, ma è una ferita che lascia solo una cicatrice. Non è un tumore a lento ma inesorabile decorso. L'ipocrisia, quella sì.

E adesso che tutto è finito, che rimarrà di queste cento ore di lavoro?
Beh, inannzitutto mi porto a casa una videocassetta e un gigantesco mazzo di fiori con un bellissimo biglietto di ringraziamento da parte dei ragazzi.

E in auto scopro di essere un pizzico dispiaciuto.
Non si tratta del termine della retribuzione. Con quella riuscivo giusto a pareggiare la spesa dello spostamento. No, non è questo. Questo è il copione del mio rapporto ostile col denaro. (L'ostilità è sua nei miei confronti, beninteso.)
Forse si tratta di qualcosa che ha a che fare col mio carattere. In esperienze come questa il 50% è fatto di relazioni umane. E io per natura riesco a dare il 50% del 50%, perché la socialità è un'arte che trascende le mie capacità.
Forse avrei voluto avere un rapporto più confidenziale con i ragazzi, ma la mia introversione - come sempre - ha avuto il sopravvento.

Ecco, ho capito. Forse ho scritto tutto questo perché qualcuno di loro lo leggesse.
A costui vorrei dire che mi dispiace non essere stato più - non trovo il termine... COMPARTECIPE. Qualsiasi cosa significhi.
Spero che aldilà della pura tecnica del teatro, della quale non mi sento nemmeno legittimo portavoce, costui abbia imparato qualcosa che valga la pena di essere ricordato a lungo.

E a tutti dico: di queste cento ore ricordatevi solo il mio discorso finale, quello con la metafora dell'Anello Debole della Catena.
Il mondo che vi accingete a trasformare ne ha bisogno.
La mia generazione, in questo, ha fallito.

Adios e grazie.

Postato da: jopili a dicembre 21, 2006 11:52 | link | commenti (14) |
riflessioni


Commenti
#1   30 Dicembre 2006 - 19:03
 
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente EvaCarriego

#2   02 Gennaio 2007 - 10:31
 
Grazie Dottoressa. :)
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#3   04 Gennaio 2007 - 18:08
 
Cavoli, Jo. Mi hai commosso!
Ho rivissuto tutte le mie esperienze da tecnico esterno da percorsi extracurriculari nei vari circoli didattici e capisco esattamente quello che hai provato.
Loro ti ringrazieranno, un giorno. Tutt'ora capita anche a me di incontrare a distanza di tanto tempo uno dei miei ex allievi e la maggior parte di essi mi ringrazia. Non so bene per cosa lo facciano, ma è così.

Tanti cari auguri di buon anno!
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#4   05 Gennaio 2007 - 07:59
 
Grazie Bru'.
Forse la graditudine di cui parlavi (anche inespressa) è una delle entusiasmanti conferme del proprio senso nello stare al mondo...
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#5   10 Gennaio 2007 - 11:06
 
Mi piace molto il tuo modo di scrivere e anche i contenuti, davvero molto validi.
r--
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#6   12 Gennaio 2007 - 07:55
 
Grazie Remo, sei molto gentile.
Ricambierò la visita al più presto...
:)
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#7   19 Gennaio 2007 - 00:17
 
giusè, per quello che può valere
- visto che sono cori modde-, mi sono emozionato. è ho rivisto anche il film in questo tuo resoconto: il che non è male.
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#8   19 Gennaio 2007 - 00:19
 
vedi, emozionato a tal punto che anche gli accenti se ne vanno per fatti loro
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#9   19 Gennaio 2007 - 08:24
 
Eh eh eh.
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#10   22 Gennaio 2007 - 16:22
 
Fabrizio Lo Bianco mi ha invitato a leggere il tuo post dopo averne letto uno sul mio blog che parlava sempre di "messa in scena". Ne è valsa la pena! CiaoCiao! Davide Barzi
utente anonimo

#11   03 Agosto 2007 - 22:01
 
Grazie.....solo questo...credo che sia sufficente...credo nn ci sia molto da dire...davanti ad un resoconto del genre...un'esperienza meravigliosa che mi ha insegnato molto....e tu ci hai insegnato molto...non c'è nulla di cui scusarsi perchè ognuno con il suo carattere ha contribuito al successo finale...e certamente nn parlo degli applausi...
certamente ci ricorderemo di te....e di questa esperienza traendone sempre il massimo...
ancora una volta...Grazie
a presto...Maria
utente anonimo

#12   03 Agosto 2007 - 23:11
 
Inizio a scusarmi in anticipo per l'eventuale discorso sconclusionato o evanescente o prolisso, ma sono ancora emozionato per la lettura di questo tuo post. Non avrei mai immaginato di trovarti qui su internet, per di più non mi è nemmeno mai passato per la testa di poter leggere qualunque cosa (per di più scritta da te) riguardante lo spettacolo. Mi hai lasciato senza parole, ho ancora i brividi. Innanzitutto: complimenti per il blog! Scrivi in un modo dannatamente piacevole, riesci a essere semplice, diretto e interessante.
Io sono uno di quei "costui", a cui credo se ne aggiungeranno altri.

Quel che tu hai ritenuto "poco", in quanto a socialità, per me è stato molto. Capisco cosa comporti l' esser introversi, lo sono stato anch'io fino a pochi anni fa.

Quel "poco" che ci hai dato ha assunto una qualità e un valore molto più ampio tanto da poter trascurare la quantità. Meglio parlare significativamente poco di qualcosa piuttosto che parlare vagamente molto di nulla, no ?

Continuerei a scrivere ma sono ancora -scioccato- dalla "sorpresa"...la metafora dell'Anello debole ormai è impressa!
Grazie per esser stato sincero nelle critiche, grazie per tutti i buoni consigli, grazie per tutto.

P.S spero di incontrarti nuovamente in qualche stazione ferroviaria, magari con più calma, per poter scambiare quattro chiacchiere.

A presto, fabio.
utente anonimo

#13   03 Agosto 2007 - 23:15
 
dimenticavo... nel caso avessi tempo-voglia di farti sentire mi trovi o su http://arcangel0.deviantart.com/ oppure direttamente sull'i-meil: the5dream@hotmail.com
...mi farebbe piacere ovviamente!! a presto..
utente anonimo

#14   09 Agosto 2007 - 06:52
 
x Maria e Fabio:
Grazie per essere passati a trovarmi, e in bocca al lupo per il vostro futuro!
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Commenti